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#tiromancino: la Maremma degli olivi e dei noccioli, mille ettari per sperare contro la crisi

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Il freddo bestia di questi primi giorni dell’anno è a tono con il sentiment depresso dell’economia maremmana. Ibernata in un lungo inverno che oramai s’è esteso a tutte le stagioni dell’anno.

Però. Siccome esser pessimisti non richiede alcuno sforzo – complice anche il livello pedestre del dibattito pubblico, impermeabile a qualunque guizzo d’originalità o iconoclastia – tanto vale affrontare il cimento d’esser positivi. Guatando il 2019 per cogliere quel che di propizio si rimpiatta.

Scrutando nella bruma del ristagno economico che avvilisce la Maremma, a ben guardare è dall’agricoltura – intesa in senso lato, ivi compresi agroalimentare e agroindustria – che parrebbe legittimo aspettarsi qualcosa di buono. Agricoltura metafora di riscossa che, in assenza di stella polare, nel momento più cupo trae linfa vitale dalla fisicità della madre terra. La più solida delle certezze umane, ultima istanza per garantirsi la sopravvivenza.

Certo, il 2019 non sarà l’anno della svolta. Complice anche una congiuntura nazionale che sembra virare sulla recessione, oppure, bene che vada, su una crescita dello “zero virgola” qualcosina. Tuttavia il settore primario in provincia di Grosseto è a suo modo avanti, e riesce ancora a mettere insieme l’intraprendenza degli investitori privati e l’intervento pubblico, quasi esclusivamente grazie a risorse regionali di derivazione comunitaria. Ultimo cascame del momento d’oro della “programmazione negoziata”. Come nel caso del prossimo atteso bando che attraverso il “contratto di distretto” assegnerà risorse alle aziende insediate nell’area del Distretto agroalimentare della Toscana del sud: Grosseto-Siena-Arezzo. La Regione Toscana metterà sul piatto 15 milioni, il Mipaaf (ministero) ancora non è dato sapere. Stesso ragionamento vale per i due Gruppi di azione costiera (Flag) operativi in provincia di Grosseto, che con risorse comunitarie stanno assegnando attraverso bandi pubblici altri 4/5 milioni di euro alle imprese ittiche e dell’acquacoltura, per finanziare progetti d’innovazione della filiera.

Nuovi positivi sviluppi a medio termine sono poi attesi nel comparto olivicolo, trainato dalle buone performance dell’olio extravergine toscano Igp. Fra le poche colture specializzate a garantire una buona redditività ai produttori grazie all’export. Nei prossimi mesi, anche in virtù delle risorse del piano di sviluppo rurale (Psr), in Maremma saranno infatti piantati almeno 600 ettari a olivo, con un grosso investimento su 200 ettari della famiglia Antinori nelle campagne di Gavorrano. Un boom produttivo tallonato da quello dei nuovi impianti di nocciola promossi attraverso contratti di filiera da due big dell’industria dolciaria come Loacker e Ferrero, che a regime vedranno più o meno altri 400 ettari mesi a reddito.

Nel complesso i piani integrati di filiera che coinvolgono molte realtà produttive della Maremma e gli incentivi agl’imprenditori under 40, grazie ai contributi pubblici in provincia di Grosseto hanno attivato qualche decina di milioni di investimenti produttivi. Un territorio che non a caso da solo rappresenta più di un terzo dell’agricoltura toscana, e nel quale il settore primario pesa sul Pil provinciale il doppio della media regionale.

Agricoltura e affini, in ogni sua declinazione. Come quella paradossale, ma solo in apparenza, della produzione di ortaggi ed erbe aromatiche grazie alle tecniche colturali idroponiche, o “senza suolo”, messe a punto da Israeliani e Olandesi, basate sull’utilizzo razionale d’acqua, soluzioni nutritive e substrati artificiali. Cosa che fa da circa un anno la società Sfera Agricola alla Castellaccia, a due passi da Giuncarico, nel comune di Gavorrano, dove ha realizzato la più grande serra idroponica d’Italia. Dodici ettari di “campi virtuali” nei quali produce pomodori, insalate ed erbe aromatiche di qualità destinate agli scaffali della grande distribuzione e ai trasformatori. Ultimo arrivato il “basilico profumato”, prodotto aromaticonickel-free e residuo zero, venduto in tre diverse tipologie: cuore di basilico, basilico nobile e basilico sfuso. Una realtà produttiva partita col turbo, che dà lavoro a più di 100 persone. Insomma nella Maremma terra agricola per antonomasia, si sta sviluppando una delle tecniche colturali meno legate alla tradizione, ma a basso impatto ambientale e a più alta redditività. Garantendo alta qualità e caratteristiche nutrizionali.

Quanto tutto questo fervore si tradurrà in posti di lavoro solidi, a tempo indeterminato e con contratto collettivo nazionale, andrà visto alla fine del percorso. Ma sin da ora è importante avere chiaro che filiere agroalimentari moderne ed efficienti non si possono reggere sul ricorso sistematico alla rotazione di operai avventizi.

Ad ogni modo il 2019 dovrebbe essere un anno positivo – per quanto di transizione – anche per l’industria di trasformazione dei prodotti agricoli (agroindustria), che è poi quella che garantisce la creazione, e distribuzione, di una quota maggiore di valore aggiunto. Conserve Italia ha annunciato l’investimento di un milione di euro nello stabilimento di Albinia, per ingrandire il magazzino e migliorare la tecnologia delle linee di lavorazione. Copaim, sempre ad Albinia, è stata rilevata dalla società Piatti freschi del gruppo Beretta e sta affrontando un piano di ristrutturazione che dovrebbe preludere al rilancio. Sempre nella zona sud, prospera e cresce l’acquacoltura, con la struttura di trasformazione di Coopam (La Torba), che ha appena concluso ampliamento e ammodernamento dei propri impianti. Un po’ in tutta la provincia, ad ogni modo, sono molte le aziende del comparto agroalimentare con fatturati importanti che garantiscono buona occupazione. Anche i caseifici sociali che puntano sul Pecorino toscano Igp – come ha dimostrato il recente accordo dei caseifici di Manciano e Sorano con i produttori penalizzati da Granarolo e Alival – dimostrano una buona capacità di resilienza rispetto alla contrazione dei consumi, e continuano a crescere. Stessa cosa vale per la Mattatoi di Maremma, che dà una risposta alla zootecnia provinciale.

Del comparto vitivinicolo è fin troppo facile parlar bene. Morellino e Montecucco sono certezze consolidate. Che d’ora in poi avranno a fianco la Doc Maremma che sta guadagnando consensi e col nuovo presidente del Consorzio di tutela ha proposto una collaborazione a tutto campo con le altre denominazioni per promuovere in modo unitario un territorio che è la terza potenza vitivinicola toscana.

Infine, buone nuove sono attese dal decollo del Polo tecnologico per l’agroalimentare di Rispescia – 2,6 milioni di investimento della Provincia con risorse regionali – per il quale è appena scaduto il bando della manifestazione d’interesse per la gestione. Ma anche dal progetto di realizzare finalmente a Braccagni un molino e un pastificio. Progetto di filiera messo a punto dalla società Granai di Toscana, che raggruppa sette cooperative di produttor, con l’obiettivo di valorizzare la cerealicoltura e distribuire reddito alla filiera.

Insomma, fermo restando il fatto che il settore primario è sempre in bilico fra il collasso e la rinascita a causa della bassa redditività di molte colture, in provincia agricoltura e agroalimentare rimangono asset strategici (direbbero quelli bravi), e continuano a guardare al futuro programmando investimenti e produzioni di qualità. Probabilmente il 2019 non sarà l’anno del colpo d’ala, ma quello di una semina promettente sì.

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