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#tiromancino: l’elisir di lunga vita per la Maremma è l’industria della cultura

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L’alternativa è fra due modelli: “panem et circensem” e manifestazioni culturali di qualità. A fine stagione il consuntivo in provincia di Grosseto certificherà la crisi di un modello d’offerta turistica troppo uguale a sé stesso da troppi anni, e una buona volta andrà aperta una discussione franca che vada oltre gli slogan un po’ triti del tipo “allungare la stagione”. Dilatare e spalmare le presenze turistiche su un territorio, infatti, è un obiettivo, ma bisogna chiarirsi su come ottenere il risultato.

Da anni la Fondazione Symbola elabora report sull’impatto economico e d’innovazione che ha l’industria culturale, sia nel nostro Paese che sul piano internazionale. Impatto in costante ascesa e generatore di un’economia avanzata, con professionalità specifiche e significative ricadute occupazionali. Maremma e Amiata, nelle proprie articolazioni istituzionali e imprenditoriali, sul versante del turismo, che pesa circa per l’11% sul Pil provinciale, se vorranno continuare a occupare un posto di rilievo nel ranking delle destinazioni turistiche alla fin fine dovranno fare una scelta di campo. Continuare a battere la strada rassicurante della “economia dello struscio”, basata sulle “vasche” che ad esempio hanno per scenario i lungomare di Marina di Grosseto, Follonica, Castiglione della Pescaia o Porto Santo Stefano, oppure provare a costruire in modo professionale un’offerta incardinata sulla qualità delle manifestazioni culturali. D’altra parte, non è una novità, la Toscana è la Regione leader in Italia per numero di festival culturali, dalla danza al teatro, dalla musica classica a quella contemporanea, passando per cinema, fotografia e letteratura. Grosseto in particolare, con l’eccezione gracile de La Città Visibile, e la sua provincia in generale, sono un po’ l’anello debole di questa prosperosa filiera che coniuga offerta turistica e offerta culturale.

Naturalmente l’economia dello struscio, il panem et circensem basato su cartelloni e rassegne che hanno per protagonisti i volti più o meno televisivi del momento, concentrati nel periodo clou dell’estate e rivolti a un pubblico indistinto, è una scelta più che legittima. Che in passato ha dato e per certi versi continua a dare risultati non disprezzabili. C’è però da chiedersi, considerati i segnali evidenti di scricchiolio del modello di offerta turistica, quanto la “pacchia” (questa sì) possa durare nel tempo. Dal momento che proposte di questo tipo sono replicabili ovunque in Italia, nei paesi mediterranei e in generale nel mondo.

La scelta di campo che nel suo piccolo fa il #tiromancino è per il cambio di paradigma, prendendo esempio dalle buone pratiche che sul territorio stanno dando ottima prova di sé, coniugando un’elevata qualità della programmazione culturale con l’offerta turistico ricettiva, quasi sempre incrociando l’enogastronomia. Quattro esempi virtuosi di festival, con genesi e storie diverse ma che già costituiscono nei fatti un’infrastruttura immateriale a servizio del territorio, che hanno un’evidente proiezione esterna che non può che far bene al brand Maremma. Si tratta del Morellino Classica – Festival internazionale di Scansano, Amiata Piano Festival, Santa Fiora in Musica e Grey Cat Jazz Festival.

Giovane ma già in quota, il Morellino Classica è un festival di musica classica e colta promosso dall’associazione “La società della Musica” presieduta da Antonio Bonfilio, musicologo milanese trasferitosi a Scansano. «Il festival – spiega – si distingue per la sua formula itinerante, con una ventina di concerti tutti in luoghi diversi per far conoscere gli angoli più nascosti del comprensorio del Morellino. Ma anche per puntare sulla didattica e la valorizzazione dei giovani talenti, come ad esempio la chitarrista classica grossetana Carlotta Dalla, che a 19 anni è oramai una concertista di livello internazionale». I risultati sono arrivati prestissimo, dall’ambito patrocinio del Mibact, all’attenzione costante di riviste di settore come Amadeus e Suonare News, da emittenti televisive d’oltreoceano. Collaborazioni con la Scala di Milano, le accademie Solti, Chigiana, Santa Cecilia e molti altri enti. Sponsor di primo piano come Mercedes e Ricola. 152 concerti di qualità in sette anni. Ma soprattutto il miracolo vero per la Maremma troppo spesso ostaggio della logica masochista per cui “non m’importa che vada male a me, basta che non vada bene a te”: un intero territorio sovraccomunale che ha sposato il progetto comprendendone il ruolo di potenziale moltiplicatore dell’indotto turistico. Con un ruolo lungimirante di Comune di Scansano, Consorzio di promozione del Morellino, Cantina dei Vignaioli e Banca Tema, ai quali si sono associate via via molte aziende vitivinicole e ricettive dell’area collinare.

Altra storia a Santa Fiora dove il Comune ha iniziato praticamente da solo, tenendo con sguardo lungo la barra dritta negli anni. “Santa Fiora in Musica” – diretto da Andrea Conti, primo trombone dell’accademia di Santa Cecilia – quest’anno ha messo in cascina venti concerti, quasi tutti gratuiti, nei suggestivi spazi pubblici del comune amiatino da fine luglio a fine agosto, con più di 4.000 presenze. Una strategia di lunga lena gestito da uno staff giovane di una decina di ragazzi che dà i suoi frutti: «sin da maggio – spiega la coordinatrice Isabella Dessalvi – iniziamo a ricevere telefonate di chi si vuole informare sul programma, e molte strutture ricettive ci confermano che hanno presenze legate ai concerti o che comunque i clienti apprezzano l’offerta del festival».

Decano dei festival musicali maremmani è invece il Gray Cat Jazz Festival, che 38 anni fa ha iniziato il proprio percorso grazie alla al gusto per la scommessa degli amministratori follonichesi e all’associazione “Music Pool”, che fa parte del network nazionale “i-jazz”. Anche in questo caso una manifestazione itinerante e di “serie A”, che fa tra i 3 e i 4.000 spettatori. «Sul piano della qualità artistica – sottolinea Andrea Trummino, dello staff organizzativo – siamo a livello di eccellenza italiana, ma ancora fatichiamo a trovare sponda nel tessuto imprenditoriale locale».
Di livello eccelso, infine, l’Amiata Piano Festival, nato dal nulla come atto di mecenatismo della Fondazione Bertarelli, in parallelo al progetto imprenditoriale dell’azienda vitivinicola Collemassari di Cinigiano. Un Festival con risorse stratosferiche rispetto a tutti gli altri, ma che ha saputo inserirsi nel territorio fungendo da traino per dischiudere al mondo l’angolo misconosciuto delle pendici dell’Amiata grossetano.
A fronte di questo dinamismo culturale, l’obiezione nemmeno troppo velata è che si tratta di esempi di musica colta – classica e jazz – tutt’altro che popolare, se non proprio d’élite, e quindi di nicchia. Tuttavia lo stereotipo va rovesciato. Se la Maremma, e l’Amiata, vogliono in futuro mantenere o migliorare i numeri attuali del turismo, devono cambiare direzione di marcia e puntare sul turismo di fascia medio alta. Perché nell’ambito dell’offerta di bassa qualità hanno troppi concorrenti competitivi. Nulla osta ad avere una programmazione culturale qualitativa in grado di attrarre flussi turistici anche in altri ambiti: dalla musica Pop al cinema, dal teatro alla letteratura. A proposito, in questi giorni a Mantova è in corso proprio il bellissimo Festival della letteratura.

09La differenza, come dimostrano il successo dei quattro festival maremmani, la fa il metodo di lavoro, l’assenza di compromessi rispetto alla qualità e il coinvolgimento reale del “mitico” territorio. Che vuol dire investire risorse vere senza aspettarsi un ritorno immediato. Finora a parte pochi Enti locali, la Regione e un drappello non foltissimo di soggetti privati, il grande assente è il mondo dell’impresa turistica. Eppure i miracoli sono possibili: lo dimostra l’incredibile storia del “Time in Jazz” di Paolo fresu. Che quest’anno ha portato 40.000 spettatori a Berchidda, paesino di 3.000 anime nell’hinterland sardo.

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