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Marcinelle, 62 anni dopo. Una tragedia ancora viva

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Esattamente l’8 agosto del 1956 ,erano le 8,10 del mattino, e nella miniera di carbone di Marcinelle, in Belgio, una gabbia parte dal punto d’invio 975 del pozzo d’estrazione. Il problema è che un vagoncino è stato agganciato male E’ così che inizia la tragedia, un dramma che vedrà la morte di 262 minatori su 274 presenti. 136 erano italiani, 95 belgi, 8 polacchi, 6 greci, 5 tedeschi, 5 francesi, 3 ungheresi, un inglese, un olandese, un russo e un ucraino. Soltanto 13 superstiti vengono tirati fuori il primo giorno. L’interminabile attesa dei familiari continua fino al 22 agosto, quando i soccorritori pronunciano le fatidiche parole: “Tutti cadaveri” (nella foto il monumento al minatore che si trova a Ribolla, dove nel 1954 morirono 43 minatori).

La tragedia di Marcinelle rievoca anche anni difficili della storia italiana. La necessità di una ricostruzione industriale porta il governo belga a lanciare la ‘battaglia del carbone’. La prima volontà delle autorità è quella di evitare di ricorrere alla manodopera straniera, ma ben presto si comprende che l’obiettivo non potrà mai essere raggiunto contando unicamente sulla manodopera belga. Risulta obbligatorio il ricorso all’immigrazione massiccia degli stranieri e il Belgio si rivolge all’Italia, che esce esangue dalla guerra, a pezzi. Il protocollo di intesa italo-belga del 23 giugno 1946 prevede l’invio di 50.000 lavoratori italiani in cambio della fornitura annuale di un quantitativo di carbone, a prezzo preferenziale, compreso tra due e tre milioni di tonnellate.

Per convincere gli uomini a lavorare nelle miniere belghe, si affiggono in tutta Italia manifesti che presentano unicamente gli aspetti allettanti di questo lavoro (salari elevati, carbone e viaggi in ferrovia gratuiti, assegni familiari, ferie pagate, pensionamento anticipato). In realtà, le condizioni di vita e di lavoro sono terribili. Si vive in baracche o hangar, freddi d’inverno e infuocati d’estate. Sono nient’altro che campi di concentramento, che pochi anni prima li occupavano i prigionieri di guerra. La mancanza di alloggi impedisce alla maggior parte dei minatori il ricongiungimento con la propria famiglia. Senza contare la discriminazione. Spesso sulle porte delle case da affittare, i proprietari scrivono a chiare lettere ‘ni animaux, ni etranger’ (né animali, né stranieri). In queste condizioni, tra il 1946 e il 1955, quasi 500 operai italiani trovano la morte, senza contare le malattie d’origine professionale. È un’occasione significativa per rendere omaggio all’emigrazione italiana, alle sue tante vittime e a quanti, nella ricerca di una vita migliore, hanno sofferto sfruttamento, discriminazioni e razzismo.

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