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#tiromancino: il dente del razzismo e i calci in bocca all’odontoiatria sociale

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Diciamo la verità, sono diversi i grossetani che dovrebbero “levarsi il dente” del razzismo. E ci vorrebbe un bel progetto di “odontoiatria sociale” per risolvere il problema alla radice.

Il razzismo è cosa brutta e terribile: qualcosa che retrocede una comunità, o un Paese, quanto a tasso di civiltà. Va detto senza remore. E il fatto che oramai sia stato, come si dice, sdoganato dal senso comune, per cui professarsi razzisti è ritenuto socialmente tollerabile, non è che cambi le carte in tavola.

La sirena d’allarme è suonata nei giorni scorsi, nel momento in cui un maldestro comunicato stampa della Asl Toscana sud est scritto con approssimazione e imperizia grave ha dato il là a reazioni a catena a dir poco imbarazzanti. Sui social, nelle sale d’aspetto dal dottore, in fila alla posta…un po’ ovunque: in molti a prendersela con i richiedenti asilo ai quali la Usl avrebbe vergognosamente “regalato” uno screening odontoiatrico gratuito. Cioè una visita per prevenire l’insorgenza di patologie dentarie o gengivali. Con un progetto di odontoiatria sociale da ben due milioni di euro. Nientepopodimeno.

Questa vicenda andrebbe sezionata come un “cadavere” in più ambiti d’analisi. Fra i quali uno relativo all’incapacità colpevole di chi è riuscito in termini comunicativi a far passare una cosa buona e giusta per un odioso e ingiustificato privilegio (?), dando il via libera a un comunicato stampa che pareva pensato apposta per aizzare una bella polemica. E considerato il clima isterico che c’è sui migranti, far uscire un testo simile è stato davvero un errore marchiano. Errore a cui – perseverare autem diabolicum – è seguito quello di provare a scaricare la responsabilità sui media locali (stavolta del tutto incolpevoli) con la nota che faceva chiarezza sui fatti. Spiegando che i 2 milioni di euro in questione erano stati stanziati nel 2014 per tutte le Asl della Toscana, destinandoli a progetti di odontoiatria sociale che riguardavano persone fragili. Che alla ex Asl 9 di Grosseto, oggi nella Toscana sud est, erano toccati 307.250 euro per servizi destinati ai cittadini con vulnerabilità sociale (Isee inferiore a 8000 euro) o vulnerabilità sanitaria (patologie e situazioni cliniche particolari). Fra questi i richiedenti asilo, che sono stati sottoposti a screening odontoiatrico per prevenire patologie, urgenze ed eventuali accessi al pronto soccorso.

Poi si potrebbe dire di certe “forze politiche” così in ansia di tenere alta la bandiera della xenofobia militante, da non esitare nemmeno un pico secondo a cavalcare un comunicato che a un occhio allenato risultava palesemente sballato. Ma si sa, gli xenofobi e razzisti locali «so’ ragazzi». E qualche intemperanza gli si perdona volentieri.

Oppure delle stelle che stanno a guardare. Perché loro non sono né di destra né di sinistra, ma sostanzialmente vuoti come zucche e in quanto tali infingardi e incapaci di schierarsi. Sul fascismo come sul razzismo. Ma anche dei centristi così abulici che non c’entrano mai niente, perché è sempre meglio tenersi alla larga dalle polemiche e soprattutto non dispiacere nessuno.

Questi ed altri, però, sono solo epifenomeni. Manifestazioni patologiche secondarie di un problema molto più profondo. E soprattutto molto più scomodo da affrontare, perché riguarda tante persone. Sui cui pregiudizi si costruiscono castelletti di consenso elettorale, o ingrassa il perbenismo moralista piccolo borghese. Perché mettere il dito nella piaga non è un esercizio piacevole, per nessuno. Anche se necessario.

E però bisognerà iniziare a farlo, dal momento che la storia insegna quanto il sonno della ragione generi mostri. Anche quando le ipotesi più fosche sembrano un rischio remoto e improbabile. Perché l’ondata di astio, disprezzo e aggressività dispensate da tanti nei confronti dei richiedenti asilo col pretesto dell’odontoiatria, è davvero il segnale che siamo molto vicini all’imbarbarimento civile e culturale. Al quale prima o dopo, è solo questione di tempo, seguiranno fatti di cui doversi vergognare come comunità. Se uno screening preventivo alla bocca provoca tanto rancore, infatti, cosa potrebbe succedere nel caso di una rissa o, peggio, di una violenza sessuale? Un pogrom contro i richiedenti asilo, sulla falsariga di quello che è successo nella tranquilla Macerata?

Facebook, ancora una volta, è stata la cloaca massima che ha convogliato le ondate di stomachevoli offese, banalizzazioni, strumentalizzazioni e pregiudizi ignoranti che hanno allagato il web. In un autocompiaciuto giochino al rialzo. Con cose in alcuni casi francamente irripetibili, se non altro per non dare l’effimera soddisfazione della “notorietà” a chi le ha partorite. Il fatto però, oggi, è che tutto questo non si limita più solamente ai “leoni da tastiera”, agli hater seriali che scorrazzano in certi ambienti del web, ma oramai sciama nella società reale. Dove le persone in carne e ossa si scambiano tranquillamente giudizi superficiali, allusioni e opinioni pseudoscientifiche chiaramente ispirate da subculture violente e razziste. Al bar, sull’autobus o in qualunque sala d’aspetto.

L’effetto devastante di questa marea montante di frustrazione e rancore sociale è che oramai quasi nessuno si perita più di reagire. Di contrastare con l’educazione e le argomentazioni tanta ignoranza e cattiveria gratuita. Un po’ per timore, un po’ per scoraggiamento, un po’ per ignavia, sta pian piano prevalendo l’autocensura che spinge le persone a chiudersi in sé stesse. La classica condizione da inconsapevole “congiura del silenzio” che finisce per fare da megafono a ciò che non dovrebbe avvantaggiarsene mai: il razzismo, appunto.

Non si tratta d’esser moralisti, catastrofisti o, come piace tanto dire, buonisti. E nemmeno di esser così elitari da sdegnare i problemi reali dell’integrazione fra diversi. Da non vedere la fatica improba del confronto fra stili di vita e culture a volte confliggenti. Si tratta piuttosto di recuperare spirito critico, capacità razionale di analisi e anche, non meno importante, un po’ di capacità di provare empatia e “pietas” per altri esseri umani. Che non necessariamente sono arrivati dalle nostre parti per metterci in crisi. E rispetto ai quali, ad esempio, dovremmo sentirci orgogliosi per avergli garantito uno screening odontoiatrico a fini preventivi. Perché la prevenzione sanitaria – oggi si dice medicina d’iniziativa – è una conquista di civiltà. Non un segno di debolezza.

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