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#extramancino: L’agonia della Maremma e le sassate salutari della Cgil

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Qualcuno doveva pur dare una labbrata al pulsante dell’allarme rosso. Perché in provincia di Grosseto la congiuntura economica è brutta da troppo tempo. Non ancora drammatica, ma brutta davvero. E non c’è più tempo per i salamelecchi, né per coltivare pie illusioni.

Che ad averlo fatto sia stata la Cgil guidata da Claudio Renzetti non è un caso. Il sindacato rosso, infatti – solo contro tutti con Guglielmo Epifani, poi con Susanna Camusso, nel mettere in guardia dall’ottimismo di maniera – sia a livello nazionale che a quello locale è sempre rimasto connesso alla realtà grazie al suo radicamento fra chi produce. Rifiutando mode e sbronze ideologiche, per cui tutti quanti avrebbero dovuto essere fast & smart, flessibili tout court, perché quello sarebbe stato il radioso destino del mondo del lavoro e dei suoi protagonisti.

La Cgil aveva ragione a diffidare della visione propagandistica della realtà, prima e dopo l’impatto della crisi economica. Col senno di poi va ammesso, a prescindere da come la si veda politicamente. Motivo per cui se

oggi la Cgil grossetana, che ha il merito di studiare e approfondire, suona le sirene dell’allarme rosso, va presa sul serio. Nonostante più o meno da tre anni la Toscana abbia imboccato la strada per risalire la china della crisi, per quanto il Pil regionale sia sempre sotto quello del 2007.

Perché dunque lo fa? Che ci sia un autocompiacimento nell’andare controcorrente? Nell’essere antipatici?

A osservare le cose con sguardo lucido c’è in effetti di che preoccuparsi. Perché l’assillo sottostante alle parole pronunciate dal segretario della camera del lavoro Claudio Renzetti, è che la Maremma grossetana stia inesorabilmente scivolando nel limbo dell’irrilevanza economica. Con una perdita di status socioeconomico che rischia di diventare dato strutturale, e non più funzione dell’andamento congiunturale del ciclo economico.

La spia del cambiamento di prospettiva che minaccia il benessere complessivo dei residenti in provincia di Grosseto sta nei numeri relativi all’occupazione. Più precisamente nella divaricazione di due indicatori: il tasso di occupazione basato sulla rilevazione Istat dei posti di lavoro e l’indice relativo alle unità di lavoro per anno. Meglio note con l’acronimo di “Ula”.

Se dal 2008 al 2017 i posti di lavoro sono cresciuti del 3,8% (+2.284 addetti), le Ula sono diminuite di ben 9.500 unità. E il bello è che non c’è contraddizione fra le due cose. Perché l’Istat contabilizza come nuovo posto di lavoro ogni contratto di qualunque tipologia, mentre le Ula – più affidabili nel misurare lo stato di salute dell’occupazione – standardizzano il numero di ore e giornate lavorative utilizzate in una specifica attività. In altre parole una Ula equivale a un posto di lavoro full-time a tempo pieno.

L’effetto pratico sull’economia maremmana è devastante e fuorviante: un povero cristo che in un anno mette insieme tre contratti a tempo determinato – per ipotesi: tre mesi da cameriere, due da raccoglitore di uva e olive, e sei mesi da facchino – finisce nelle statistiche del Centro per l’impiego sotto forma di tre nuovi posti di lavoro. È quello che sta succedendo da anni in provincia di Grosseto, prima in Italia per contratti “non standard” (54% del totale) secondo l’Osservatorio dei consulenti del lavoro. Con tanta gente che per campare durante l’anno mette insieme diversi “lavoretti” sottopagati, spesso associati al nero e iper precari. Un trend che rimane inalterato, e molto più consistente che in altri territori della Toscana. Dove il peso di manifatturiero ed export è mediamente più significativo.

Questo è oggi l’oggetto del contendere. Ed è surreale che il “dibattito” politico locale verta su tutt’altri argomenti, quasi sempre naif. Tipo la ponderosa discussione su via Almirante, quella su taglio e potatura dei pini domestici cittadini, o sull’inesistente minaccia dei richiedenti asilo alla nostra identità. Non per banalizzare il resto, ma oggi il tema centrale, per tutti, dovrebbe essere come salvare la pelle a un territorio che quanto a standard socio economici – cioè qualità della vita – sta regredendo in modo pauroso, oltretutto in parallelo a una grave crisi demografica evidenziata dall’invecchiamento accelerato della popolazione residente. In questa cornice, bearsi della natura splendida che ci circonda armeggiando con gli strumenti di una retorica autocompiaciuta, è un’inaccettabile forma di autolesionismo. Perché senza qualche idea originale sullo sviluppo economico, negli anni a venire Grosseto diventerà un “paese per vecchi”.

Detto in modo brutale, non bastano agricoltura e turismo. Non bastano in assoluto e non bastano così come sono strutturati. Corridoio tirrenico e viabilità trasversale non saranno la panacea di tutti i mali, ma di sicuro renderebbero più attrattivo il territorio per i turisti, che peraltro quando arrivano trovano troppo spesso prezzi esorbitanti e servizi scadenti. I bei campi coltivati che ci riempiono gli occhi di gioia, continuando su questa falsariga, generano ancora poco valore aggiunto per chi vive di campagna. Ma parlare di filiera agroalimentare e trasformazione dei prodotti della terra significa ragionare di aggregazione dell’offerta, finanza strutturata e manifatturiero, cioè di industria. Perché Copaim, Corsini Biscotti, Grandi salumifici italiani oppure Olma, per citare le più note, sono industrie di trasformazione. Così come l’intero comparto vitivinicolo è ancora troppo frammentato in termini di promozione ed è sprovvisto di una pianificazione logistica unitaria per ambire a stare, come potrebbe, sullo stesso piano del Brunello di Montacino o del Chianti.

A proposito di industria – che tanto spaventa gli asceti dell’impatto zero, inesistente in ogni attività economica – finché si penserà che l’obiettivo ultimo è smantellare l’area industriale del Casone non ci sarà alcuna reale opportunità di palingenesi dell’attuale modello di sviluppo. Esemplificativa in proposito la follia pervasiva nella vicenda dell’individuazione del sito di stoccaggio dei “gessi rossi” prodotti da Venator (ex Huntsman Tioxide). Una destinazione a quello scarto del ciclo industriale andrà infatti individuata, che sia la cava della Bartolina o quella della Vallina. E va individuata alla svelta. Perché la multinazionale della chimica che produce biossido di titanio, che piaccia o meno, non aspetterà due o tre anni di ricorsi al Tar, ma farà presto a cambiare aria. E a quel punto entrerebbe in crisi anche Nuova Solmine, che vende circa il 70% dell’acido solforico che produce proprio a Venator. Dopodiché qualche scienziato della politica in circolazione potrà anche auspicare un esito del genere, magari sostenendo che i duemila addetti del polo industriale scarlinese possano essere riciclati nel settore turistico.

Per questo e per mille altri motivi le sassate lanciate in piccionaia dalla Cgil sono salutari per tutti.

Alla fine degli anni 90 la programmazione negoziata garantì opportunità di sviluppo grazie al Patto territoriale e al Patto verde. Oggi c’è la prospettiva dell’accordo di programma per il distretto agroalimentare della Toscana del Sud, ma con risorse limitate. La Cgil avanza la richiesta di riconoscere alla provincia di Grosseto lo status di “area di crisi complessa”. Sarebbe il caso la politica facesse sapere se ha qualche disegno organico, ché se continua a guardarsi la punta delle scarpe porterà male alla gran parte di noi.

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