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#tiromancino: l’economia maremmana è sull’orlo del baratro e l’ottimismo di maniera non basta

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Da qualunque angolatura la si osservi, l’economia maremmana arranca e non si vedono all’orizzonte segnali di riscossa. Al di là della tartufesca retorica sulla Maremma “terra più bella del mondo”, il lazzo è alquanto brutto. E se in qualche anfratto della politica e del mondo dell’impresa non cominceranno a maturare idee concrete, ma anche un po’ visionarie, il rischio è che si passi velocemente dalla stagnazione a un brutale declino produttivo. Conseguente a quello demografico già da qualche anno in fase avanzante.

A dircelo sono due recenti analisi della Camera di commercio della Maremma e del Tirreno: quella su “Andamento dei principali indicatori economici 2016 e 2017
per le province di Grosseto e Livorno” (febbraio 2017) e su “Il credito nelle province di Grosseto e Livorno: l’andamento dei principali indicatori nel primo semestre 2016” (marzo 2017).

A colpire è il fatto che anche quando gl’indicatori macroeconomici sono positivi, lo sono solo dello zero virgola o al massimo dell’1-1,5%, e quindi oltre le percentuali, anche nelle previsioni per il 2017, nulla cambia nella sostanza: la provincia di Grosseto non recupera in modo significativo rispetto all’arretramento causato dalla crisi.

Esemplificativo l’andamento del valore aggiunto: + 0,4 nel 2016 (4.864 milioni di Euro in termini assoluti), + 0.6 la previsione per il 2017. Con un dato abbastanza positivo per l’agricoltura (+ 1,5% e + 0,8%) e uno insignificante nel settore dei servizi che passa dal + 0,2 del 2016 al + 0,5 nel 2017, che però da solo rappresenta il 78% dell’economia grossetana. Insomma, crescita sì ma di poco impatto. Un trend ascendente troppo stentato che, oltretutto, nel 2016 si è associato a un aumento del 5,6% della disoccupazione che quest’anno si prevede diminuirà del 5,9%, rimanendo quindi praticamente stabile. Per cui gli occupati se ne staranno fermi intorno ai 96-97.000.

Anche i redditi e i consumi delle famiglie non stanno meglio: se nel 2016 sono cresciuti rispettivamente del 2,1% e dell’1,3%, quest’anno la crescita sarà ancora più bassa: 1% e 0,8%. Ma soprattutto il reddito disponibile pro capite a Grosseto è di 18.700 Euro contro i 19.264 di Livorno (stessa Camera di commercio) e i 20.508 della Toscana, anche se appena sopra i 18.604 della media nazionale.

I numeri, si sa, sono un po’ noiosi, ma se letti con attenzione danno il quadro esatto della situazione. La propensione al consumo (rapporto percentuale tra reddito disponibile e consumi) in provincia di Grosseto è ad esempio del 99,8%. Cioè a dire che su un reddito disponibile pro capite di 18.759 Euro, se ne spendono per i consumi 18.726. Non accantonando praticamente niente.

Stessa solfa se l’economia reale è vista dalla prospettiva del sistema bancario. Dalla gran mole di dati del rapporto sul credito in provincia di Grosseto, si possono trarre alcune indicazioni di massima.

La prima è che le sofferenze bancarie sono solo apparentemente in diminuzione. Lo sono nella serie storica, ma non nei fatti perché Bankitalia ha chiesto in un’ottica preventiva al sistema bancario di accantonare somme più cospicue per coprire i vecchi crediti deteriorati (cioè inesigibili), ai quali comunque continuano ad aggiungersene di nuovi con un aumento complessivo del montante.

Un altro campanello d’allarme è quello del rapporto tra depositi e impieghi. In Maremma, infatti, nel primo semestre 2016 sono diminuiti gli uni e gli altri, e quel che più preoccupa è il fatto che sono le imprese a chiedere meno finanziamenti per cassa a breve termine (fino a 18 mesi), nonostante il denaro costi poco per il quantitative easing. Finanziamenti che di solito sono utilizzati per investimenti produttivi, un brutto segnale per l’economia. Le banche, a loro volta, se non prestano denaro sono penalizzate dalla Bce. Un serpente che si morde la coda.

A tenere è la domanda di credito delle famiglie per finanziare i consumi e i mutui. A ben guardare, però, anche in questo caso si tratta di un potenziale problema. Sia perché le famiglie non hanno più risorse per finanziare i consumi. Sia perché l’aumento del credito finanziario è dipeso in buona parte dalle surroghe dei mutui per le famiglie e in gran parte dalle ristrutturazioni degli immobili per le aziende, e non per nuove costruzioni. Le surroghe, in particolare, sono vantaggiose per le famiglie ma rischiose per le banche che avendo coperto i mutui con l’acquisto di bond a lungo termine, si trovano ora a dover finanziare gli investimenti a lungo termine con la raccolta a breve, esponendosi a rischi se i tassi risaliranno (come previsto entro i prossimi due anni).

Un’ultima considerazione. I settori produttivi che ancora dimostrano un po’ di dinamismo sono turismo e agricoltura, ma sono a basso valore aggiunto e dipendono molto dalle risorse pubbliche investite e dalle agevolazioni fiscali. In agricoltura, ad esempio, tutti aspettano in gloria l’attivazione delle misure del Piano regionale di sviluppo rurale e del Contrattto di programma, che potrebbero mettere in moto gl’investimenti privati.

Insomma, il tunnel sarà ancora lungo. A poco varrà baloccarsi con panchine e clochard, parcheggiatori abusivi e sindrome dell’invasione degli extracomunitari. Ma anche con l’opposizione di maniera all’autostrada tirrenica. Chi vuol esser lieto sia….

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