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Capo Nord: Instambul, le mille e una notte che furono… Parte 2 foto

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Prosegue il viaggio di Giulio Gasperini in una Istanbul sorprendente che da sempre abbraccia culture diverse, tra Europa e Asia, tra oriente e occidente.

Instanbul, le mille e una notte che furono…

Ogni angolo di mondo ha vicini diversi, e con loro bisogna tessere rapporti di vicinato. Ed è allora che ti capita di passare per Büyük Hendek Caddesi, dove si trova una famosa sinagoga. Ma tu non lo sai; e all’inizio della via, dalla parte opposta alla Torre di Galata, mentre divori dei dolcetti rotondi appiccicosissimi, rotolati nel pistacchio, nel mandarino, nel cocco – di cui non hai mai capito il nome – trovi una specie di poliziotto, con uno di quei marchingegni aeroportuali per trovarti ferragli addosso, che ti dice qualcosa in una lingua sconosciuta perché hai nella borsa un poster dell’Istanbul Modern avvolto, e che potrebbe parere, credo, un’arma di distruzione. Tipo un fucile. Ma poi se ne accorge, che è solo carta tenuta insieme da degli elastici, e con un sorriso ti lascia passare, mentre tu ti dibatti ancora nel dubbio di capire cosa sia successo. Perché Istanbul è anche un crocevia di culture, un luogo dove trovi ad esempio le donne velate, in ogni declinazione: hijab, niqab, chador. Ma trovi anche donne, in particolare a Galatasaray e Beyoğlu, col capo scoperto e con le gonne cortissime. Segni inequivocabili di una Turchia che sta facendo maldestramente i conti tra il suo passato e il suo presente, confusa forse nell’imponente crescita economica di questi ultimi anni: una Turchia che afferma il suo nazionalismo dovunque, con un profluvio di bandiere sventolanti, anche enormi, smisurate, che si colgono ovunque, perse addirittura sui colli erbosi del Bosforo. Tutte bandiere, nuove, di un rosso squillante. Come enorme, persino incombente e gravante, opprimente, è quella che sventola a Taksim, in quell’enorme piazza che è stata il cuore pulsante della contestazione di qualche anno fa, nei confronti del governo di Erdoğan. Un Erdoğan riconfermato nelle elezioni presidenziali di qualche settimana fa, ma con un arretramento significativo e un gradito successo, all’opposto, dell’‎HDP‬, Halkların Demokratik Partisi, partito filo curdo, della nuova sinistra ecologista, femminista e aperta alla causa degli omosessuali. Ha conquistato quasi il 13 per cento dei voti, ha fatto eleggere 80 deputati di cui 31 donne. Ti era persino imbattuto in loro, su Istiklal Caddesi, poco distante da Taksim e avevi scambiato due parole con un’attivista che distribuiva incomprensibili volantini, augurandoti che la loro avventura potesse avere successo (foto sotto).

Istanbul è anche, pericolosamente, una caccia sfrenata ai luoghi comuni, ai posti che prevedibilmente si devono visitare. Pur avendo fuggito l’esperienza del narghilè, che spopola oramai anche in Italia, non ho avuto la stessa fermezza per l’hamam, il “bagno turco” per definizione. Sì, proprio quello del film che mi aveva così tanto fatto venir voglia di partire per l’antica Bisanzio. La scelta è caduta su un hamam consigliato da un’amica, ma che si trova anche tra le pagine della guida Lonely Planet: il Çemberlitaş Hamamı. Un hamam storico, che certo i turchi fuggono e attirano sciocchi turisti, però tutti gli hamam conservano un fascino caratteristico, particolarmente se si conoscono per la prima volta. Certo, la cassiera che ti accoglie subito all’ingresso come se tu entrassi in un museo potrebbe deturpare la fantasia, ma con me non ci riesce, ed fare ingresso in questo mondo così particolare fa mantenere alto l’entusiasmo della scoperta. Gli hamam sono luoghi stupefacenti, sbalorditivi: sdraiarsi supini sulla piattaforma centrale di marmo bollente, rivolgere in alto lo sguardo, a quella cupola traforata da cui si intravede un cielo azzurrissimo mantiene un tono spirituale, mentre ti guardi intorno confuso di non sapere che cosa sta per succedere. Perché quello dell’hamam è un rituale, soprattutto se sei un turista. Ed ecco infatti che arriva l’inserviente, un omaccione turco di stazza enorme, che ti prende e ti tira, ti fa scrocchiare ogni singola vertebra, ti volta e ti rivolta, ti guarda con occhi sgomenti quando ti fa scrocchiare tutti i dischi cervicali, ti massaggia come se ti dovesse strizzar via ogni forza, ti gratta la cotenna, ti raschia con un guanto ruvidissimo, ovunque. E tu rimani lì, in sua balia, perché ti vergogni a emettere un suono anche minimo che stia a significare quanto tu stia patendo di dolore. Ritorni sulla piattaforma un po’ disteso ma ancora di più traumatizzato da quel trattamento, tu che sei abituato alle terme e alle loro morbide carezze. Ad un certo punto, innaffiarti con l’acqua fresca dei rubinetti tutt’attorno è l’unica cosa da fare per non cadere svenuto per l’altissima umidità. Ma mentre stai ancora un attimo sdraiato a immaginarti la cupola del cielo attraverso la cupola dell’hamam, ti immagini guardare la città dall’alto e ti immagini quante cupole ci siano, nascoste nel tessuto di tutta la città. E ti senti intenerito (e persino un po’ invidioso) dalla presenza di tutti quei luoghi, che paiono segreti e lontani dalla folla, dove si latita, dove le membra si riposano e si rilassano, quasi con un po’ di voluttà.

Istanbul è un grandangolo stupefacente. Su questo non si può discutere. Dalla terrazza dell’Istanbul Modern, ad esempio, si getta uno sguardo mozzafiato su quello skyline così vivace, con minareti a mazzi, come fossero alti steli, con cupole a rincorrersi in linee rotonde, con acque e cieli a miscelarsi, in un chiasso di azzurri a sfumarsi a vicenda. Le moschee si ergono nella loro graziosa maestria: snelle, svettanti, coi minareti sottili e agili a puntare il cielo. La più bella è la Moschea Blu, nel quartiere Sultanahmet, decorata all’interno con migliaia di maioliche blu di Iznik, in un’esplosione di fiori e sinuose sure del Corano e con gli spettacolari lampadari che precipitano fino a pochi metri dai tappeti del pavimento. Meno spettacolare all’esterno ma sbalorditiva per quello che custodisce, come uno scrigno, è Aya Sofya, prima chiesa poi moschea poi museo, che toglie il fiato per l’enormità della sua cupola, per la ricchezza dei suoi mosaici, per i quattro serafini che si impongono con le loro ali rigogliose. Alla Moschea di Solimano si poggia sempre lo sguardo, ovunque corre anche distratto; perché la Süleymaniye Camii non è la più grande di Istanbul ma è la più alta, domina tutto, ai suoi piedi, in questo incrocio di bracci di mare e di acque che così tanto merito hanno avuto nella storia di Bisanzio prima e di Costantinopoli poi. Una scoperta, invece, imprevista è la Cisterna Basilica, un’enorme costruzione vicinissima ad Aya Sofya ma sotterranea voluta da Giustiniano per il rifornimento d’acqua della città: una foresta fitta di colonne e capitelli di recupero, dalle forme più strane e diverse, riutilizzati per un’opera sommersa. Le più belle colonne sono quelle scolpite con delle lacrime, come se piangessero; in un angolo, quasi nascoste, due enormi teste di Medusa sorreggono colonne altrimenti troppo corte: una, inquietantemente, capovolta, come presagio di destino allarmante.

Si fugge il destino allarmante, camminando per le strade di Istanbul. Passando davanti al Pera Palace Hotel, dove dormì Agatha Christie, e anche il suo eroe Poirot, prima di salire sul leggendario Orient Express. Oppure degustando lokum e baklava, confezionati dentro una scatolina quasi di gioielleria, del negozio di dolci Hafız Mustafa, in attività dal 1864. Oppure quando ti addentri nel quartiere Demirtaş, così fuggito dai turisti, e ti siedi a un tavolino di un bar locale, con un ragazzino come cameriere che rimane affascinato dai tuoi zaini da routard, e che non parla inglese ma pare felicissimo di portarti il caffè. Oppure al porticciolo di Anadolu Kavaği, quasi alla fine del Bosforo, dove c’è un piccolo villaggio di ristoranti per i turisti che scendono dal battello, ma dove le case sono ancora di legno, colorate, e i pescatori cuciono a mano le reti strappate. L’attimo più bello, in tutto questo: un caffè turco, dolce, sorbito lentamente in un bar al Mercato del pesce di Karakoy, con un dehor naturale: un prato, un tavolo, sedie colorate tutte diverse. A sinistra, il Ponte di Galata, a destra il Corno d’Oro. Tanta acqua, a risplendere sotto un sole declinante. Sopra, il cielo profondo arato da decine di splendidi gabbiani, tutt’intorno un vento leggero leggero, fresco; un vento che mi vuole bene.

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