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Impianto a Biogas: ambientalisti divisi. Italia Nostra dice no, il WWF ci pensa

ALBERESE – Continua a far discutere la richiesta di installare un impianto a biogas nel parco della Maremma. Oggi arrivano le posizioni contrastanti di due associazione ambientaliste: Italia Nostra e il WWF.

«Che diavolo ci azzecca la combustione inquinante di rifiuti nel bel mezzo del Geoparco delle Colline Metallifere? E che dire delle perforazioni geotermiche compiute sull’Amiata, la nostra splendida montagna, provocando inquinamenti responsabili di varie malattie – si chiedono Michele Scola, presidente della Sezione di Grosseto di Italia Nostra e Daniela Pasini per il Coordinamento dei Comitati e delle Associazioni Ambientaliste della Provincia di Grosseto -? E che dire delle pale eoliche di Scansano, capaci di compromettere nel raggio di chilometri le vedute paesaggistiche della zona? Che dire delle distese di pannelli fotovoltaici a terra progettate a Roccastrada, delle devastanti trivellazioni col metodo del fracking a Ribolla e nei pressi di Grosseto?»

«Ora, non contento di tutto questo sciagurato, e sempre più insostenibile sommarsi di attività inquinanti che sta appestando la Maremma, un ampio settore di politici e amministratori locali sta cercando di dare il via a un nuovo, e sempre più irresponsabile progetto – precisa Italia Nostra: quello di costruire un impianto a biogas all’interno del Parco della Maremma. Poco importa, come dicono, che l’impianto sia piccolo: in realtà è nient’altro che un cavallo di Troia messo lì nottetempo a dimostrazione che quel genere di congegni non sono quello che sembrano, e cioè enormi, luccicanti bidoni pieni di cose puzzolenti e di gas esplosivi. No, sono il simbolo, secondo loro, delle tecnologie “green” che allieteranno il nostro futuro, lo rivela il nome stesso di ciò che si vuole produrre in mezzo agli scenari naturali del Parco: biogas, il gas della vita. Con il trucco di quel prefisso “bio” vogliono semplicemente farci credere che anche il loro gas è roba buona e sana».

«Niente di più falso – continua Italia Nostra -. Il biogas prodotto da queste centrali è composto da vari tipi di gas, in prevalenza metano, che scaturiscono dalla fermentazione di materiale organico (scarti agricoli, letame, spazzatura, scarichi fognari, eccetera) e vengono raccolti in un grande serbatoio sormontato da una cupola. Il gas prodotto là dentro viene trasferito in un’altra struttura adiacente e bruciato per produrre energia elettrica. A dirla così sembra una cosa semplice e sostanzialmente innocua, ma in realtà non lo è: si tratta di veri e propri sofisticati impianti industriali addetti al trattamento di materiali inquinanti e di gas altamente esplosivi».

Di diverso avviso il WWF che afferma «Al di là della polemica nata sulla legittima richiesta di costruzione di una piccola centrale a biogas nel Parco della Maremma, cerchiamo di fare un’analisi oggettiva del progetto: un impianto di queste dimensioni è da considerarsi di piccola taglia. Produce pochissimo rumore e, se adeguatamente insonorizzato, non si dovrebbe sentire nemmeno quello. Se è ben fatto non c’è alcun rischio di percolato, anzi, semmai utilizza sottoprodotti (liquami) che altrimenti potrebbero percolare. Se l’insilato viene messo in sacchi di film plastico e non utilizzano trincee di cemento non c’è nessun consumo di territorio. La relazione relativa certifica che non è previsto l’utilizzo di altri “carburanti”, se non le deiezioni delle loro mucche e una piccola quantità proveniente da un altro allevamento vicino. Quindi niente frutta, verdura e mercatali di altra provenienza. L’unico dubbio è l’utilizzo di circa 20 Ha di terreno per produrre triticale fuori dalla loro azienda di Alberese, nelle vicinanze di Albinia, comunque a meno di 20 Km di distanza dall’azienda. Il digestato verrà utilizzato nei loro terreni, come oggi viene fatto con gli escrementi. L’impatto visivo è ininfluente, non si vedrà neanche dalla strada se adeguatamente schermato come previsto. La localizzazione è nei pressi della stazione ferroviaria di Alberese e non del centro abitato. 200 animali in stalla non sono pochissimi, ma nemmeno tanti e soprattutto con un numero minore di capi, l’azienda non riuscirebbe a sostenere il costo dell’impianto. Naturalmente sarebbe meglio che prevedessero anche il pascolo o i paddok e non un sistema di allevamento al chiuso, ma questo è un discorso etico che esula dall’impianto».

«La nostra associazione in generale non è contraria a questo tipo di impianti, sicuramente meno invasivi per la fauna degli impianti eolici o dei solari nei campi – prosegue il WWF -, l’importante è valutare caso per caso e soprattutto avere una documentazione adeguata per una seria valutazione. Quella presentata, per quanto di nostra conoscenza, in realtà sembra redatta con il sistema del copia/incolla di dati noti in bibliografia e non di dati inediti presi sul campo. Ovviamente i dati devono essere presi secondo metodiche standard e nei giusti periodi così da massimizzare le possibilità di successo. Questo è quindi un momento per fare parte dei rilevamenti, che non risultano, invece, essere stati condotti. Avere uno studio redatto da seri professionisti in campo ambientale, come naturalisti o biologi, consentirebbe, oltre che ad una più seria valutazione, anche ad individuare eventuali misure compensative, che spesso risultano più favorevoli e migliorative delle situazioni attuali. Per concludere facciamo un appello al mondo politico che in questi ultimi giorni si è espresso sulla stampa per affrontare queste richieste in maniera serena da buon amministratore e lasciare al consiglio scientifico del Parco di svolgere serenamente le valutazioni del caso».

 

 

 

 

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