La miniera e la vita raccontate nelle “Memorie di un Ravigiano”
• 29 aprile 2012 • Aggiornato alle 10:40
di Barbara Farnetani
RAVI - Si chiama “Memorie di un Ravigiano”, ed è il libro di un maremmano trapiantato a Torino in tenera età, ma che ancora, nel profondo del suo cuore e della sua anima, si sente parte della terra in cui ha vissuto i primi anni della sua vita. Il libro si apre con la Storia del paese, dalle sue origini, la fondazione per mano dei monaci Benedettini e poi i vari “passaggi di mano”, dagli Aldobrandeschi alla dominazione senese e fiorentina sino al Granduca Leopoldo di Lorena.
Dalla Storia con la S maiuscola si passa alla piccola storia, quella privata di Patrizio Gasperini che ricorda la sua infanzia a Ravi, le passeggiate con il cugino le piccole imprese da ragazzini, giovani esploratori a scalare il monte Calvo. Quello che emerge è l’amore di un uomo per il proprio paese natio, piccolo prezioso scrigno di ricordi. Tutto è bello quello che esce dalla memoria di un ragazzino, persino il cimitero “assediato” dai castagni che “cercano di fermare il vento che tenta di infrangersi sui muri di cinta”
La prosa si alterna alla poesia nel libro di Gasperini, anzi la poesia si fa introduzione, propedeutica ai ricordi d’infanzia e di miniera, ma anche di vita di tutti i giorni, di vita vissuta. E poi le foto, dei familiai, o ancora dei minatori, le facce scure, scavate e scolpite come quella roccia che ogni giorno andavano a “cavare”. La miniera come lavoro, come sacrificio, come pane e vino e acqua. Come vita e come morte. Ma il lavoro non era solo miniera: l’agricoltura era una delle fonti di sussistenza per l’intera comunità. Un lavoro duro, che l’autore ricorda gioiosamente, con gli occhi e il cuore del bambino che è stato. L’estate, la trebbiatura, il grano, i giochi sotto i covoni e sui carri, e poi il pranzo sull’aia, alla fine del lavoro.
Dalla vita di paese Gasperini passa a raccontare la vita della propria famiglia, il padre minatore, la mamma, la nonna, la propria nascita e quella del fratello. E poi lo sport e le domeniche al mare, le caramelle acquistate all’appalto e il pane caldo con la mortadella. È sorprendente come i ricordi di un bambino degli anni ’50 non siano poi troppo distanti da quelli di un bimbo di oggi. I giochi, i dolci, gli amici, la famiglia. Tutto così naturale, tutto così semplicemente sereno. Un’infanzia felice, almeno sino a quando, per le condizioni di salute del padre, la famiglia non è costretta a trasferirsi a Torino, e qui il grigiore della città va a cozzare con i colori del sole della maremma. Il grano maturo contro il fumo delle ciminiere, il verde dei campi e il nero delle strade, i profumi dei fiori e dei frutti contro i tubi di scappamento. La malinconia, la nostalgia che può provare un bambino strappato alla sua terra e ai suoi amici, e che nonostante una vita piena e serena in una grande città, in un qualche modo restano nel profondo dell’anima: piccola ferita, mai del tutto cicatrizzata: “Amo Ravi con tutto me stesso. Amo le sue tradizioni. Amo il suo passato e soprattutto amo tutto ciò che sprigiona i suoi valori autentici… Solo conoscendo il proprio passato si è in grado di vivere bene il presente e di trasmettere agli altri quanto di buono e di bello vive e regna dentro di sé.” E forse questo libro di memorie, per Patrizio Gasperini, è stato proprio questo: una terapia, un ripercorrere il passato per vivere bene il proprio presente.
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